Piccola escursione sul Bedolè

Piccolissime sfide possono fare bene all’umore. Salita in auto fino all’incrocio che si trova a circa un km dal passo Gobbera. Lascio lì l’auto è mi incammino per direzione Molarèn – Pieve. Breve salita fino a col Pecolet, 910 m, tra tronchi di abete accatastati, odorosissimi.

Da quel punto in poi è una piacevolissima passeggiata in discesa, strada asfaltata, poi bianca, poi per un tratto sentiero. Fiori, masi isolati, ruscelli da attraversare, prati, scorci di panorama molto ampi,

 

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2 giugno

Memoria di un voto che decise per una forma repubblicana nel nostro Paese.

Votarono le donne.

Mio padre aveva 5 anni, mia madre 2.

Questo fatto oggi non mi importa. Non mi importa di ciò che sta succedendo nel mio Paese. Non so cosa stia succedendo nel mondo. Non so cosa stia succedendo attorno a me. Comincio a scollarmi dalla realtà. Mi fisso a leggere, a guardare, a suonare, a pensare sempre le stesse cose.

Ritrovare una vecchia conoscenza e riporre su di questa, che nemmeno si conosce bene, eccessive speranze, è un errore imperdonabile.

Come sentirsi dilaniati da giudizi sferzanti vomitati col sorriso sulle labbra di chi ha capito tutto, di chi per costituzione genetica si sente di essere un gradino più alto per poterti istruire su ciò che hai fatto nel modo sbagliato e su ciò che ancora sbagli.

In una giornata involversi in un punto, guardando con diffidenza, anzi con livore, con stizza chi ci sta intorno. Ignorare telefonate. Dire di no ad un invito per una passeggiata. Accettare invece un invito per domani perché ci si rende conto che la cosa sta prendendo una piega preoccupante. Declinare l’invito ad una festa di persone che ormai non hanno più nulla da dirmi se non che sono felici e realizzate. Non partecipare ad una virgola di tutto quello che propongono, anzi andarsene platealmente dalla conversazione e lasciarli alla loro festa. Odio tutti.

Pulire a fondo la doccia, la lavella della cucina, i fornelli. Il bagno. Piccoli lavoretti di dignità, di decoro. Limitarsi al minimo sindacale per poter poi assumere ansia a pieni polmoni e mantenerla fino a mercoledì in apnea. Lasciare che si accumulino le scadenze senza affrontarle. Aumentare la sensazione di angoscia e di impotenza. Un unico guizzo “creativo”: riparare il cavo delle cuffie che mi servono per suonare. Provare a cimentarsi con forbice da elettricista, saldatore, stagno, nastro isolante, lavoro fatto coi piedi ma che mi consente di risentire in cuffia il mio pianoforte per poterci di nuovo suonare (male).

Osservare la gattina che invece non ha tutte queste paranoie e cerca solo coccole, posti tranquilli, un po’ di cibo e contempla il qui e ora. Guarda assorta e immobile per ore fuori dalla zanzariera. Che maestra Zen inarrivabile. Ora fa rumore con la lettiera. Libri quasi finiti di leggere, programmi quasi finiti di scrivere, amori quasi finiti di esperire, vita quasi finita di essere vissuta.

Non sono un campione del pensiero positivo. Per buona pace di chi lo è dico “Sì, hai ragione, preferisco io il pensiero negativo, non sono bravo come te, non ci provo fino in fondo, I do not try hard: così ti rendo convinto che tu invece sei così forte da fare la scelta giusta, e questo non far altro che alimentare il tuo schifoso e sordo ego”. Domani mi portano a Mantova ad una mostra d’arte ma non so di che cosa. Uno dei partecipanti è esperto di storia dell’arte: penderemo dalle sue labbra. Guarderò catatonico, eviterò di parlare, di prendere posizione, di fare domande, di esprimere opinioni. Sono stato accusato di non ascoltare, di monopolizzare la discussione parlando di me. Io ero convinto del contrario, ma ok, d’ora in poi profilo basso.

Maledizione a tutte le volte che da Aurora in qua ho cominciato a guardarmi indietro non ho più visto la vita. Ogni volta che tornano a galla pezzi del mio passato comincio, dopo qualche tempo, a soffrire. Mi chiedevo: “Ma posso continuare a guardare indietro, come se avessi perso uno, molti Eldorado?”. La vita stessa mi sta dirigendo il volto, mi sta con forza girando la faccia verso il futuro. Negli ultimi 5 anni non ho fatto che recuperare vecchie conoscenze, riannodare contatti, cercare il passato. Quasi ognuno di questi recuperi si è dimostrato ansiogeno e, soprattutto ultimamente, doloroso. Devo smettere di voltarmi indietro: all’indietro non c’è sicurezza, c’è solo baratro.

Ricordo non molti giorni neri come questo. Uno potrebbe pensare che è perché non ho problemi serie trovo il tempo di menarmela. Nella malattia, per esempio, si possono fare pensieri neri. Invece io credo di avere espresso i miei pensieri più belli e forti proprio nell’incertezza delle diagnosi e degli interventi chirurgici. No, lì non c’è mai stata depressione.

E non mi interessa dei destini di questa nazione. Anni fa avrei detto di essere preoccupato per un governo di destra. Adesso dico: non me ne importa nulla. Che accada ciò che deve accadere. Non sono mai riuscito a scalfire la direzione degli eventi, ho smesso di provarci.

Sì vi sento, sapete? “il lavoro duro”. “Il genio è fatto per l’1% di ispirazione e per il 99% di sudore”, “Se vuoi, puoi”.

Vi è andata bene. E la tragedia è che non lo capirete mai.

E lei che sta ferma eretta sull’angolo del tavolo che si gira a guardarmi perché sente che non batto più i tasti e sa che la guardo. Tu sai cose che io non so, e vorrei tanto la forza della tua serenità. Sì, dài Minou andiamo a nanna.

Il terzo tragico Fantozzi

Paolo Villaggio… tracciare la genialità della sua figura… non solo come comico ma come vero intellettuale scomodo
Villaggio lo era, un genio. Io l’ho scoperto quando ho cominciato a lavorare, dopo la laurea.

Quand’ero ragazzo e ci vedevamo i film di Fantozzi con la compagnia e ridevamo a crepapelle imparandoci a memoria i nomi di tutti i personaggi, e le gag, non immaginavo che quando avrei cominciato a lavorare avrei capito che tutto quello che si vedeva nei film era (per usare un avverbio che piaceva molto a Paolo Villaggio) TRAGICAMENTE vero.

Quando i dipendenti cercano di primeggiare nello sport preferito del megadirettore galattico.

Ma succedeva davvero! L’AD dell’azienda in cui lavoravo amava il ciclismo. E allora tutti i sottocapi ogni lunedì a fare a gara a parole su chi la sparava più grossa: sui chilometri fatti, sul dislivello coperto, sulla bici mia che è più figa della tua perché ha il cambio Shimano con 35 rapporti e il telaio in fibra di carbonio.

Ero incredulo!

Quello che mostravano nel film era tragicamente vero ed era tragicamente triste. Mi sentivo io dentro al film ma lì si sentiva lo stupido arrivismo dei dipendenti che sembrava quello delle galline starnazzanti nel pollaio. Altro che Calboni! Erano tutti realmente… calbonizzati!

Davvero… non c’era proprio niente da ridere.

Conversazione di fisica con un’amica – 2

Nel 1900 il quarantaduenne Max Planck, in uno sforzo creativo che definì “atto di disperazione”, ottenne l’equazione della curva che interpolava i dati sperimentali sulla radiazione che erano stati misurati da Lummer e Kurlbaum con la strumentazione spettrometrica più avanzata disponibile all’epoca. Per arrivare a questa curva Planck dovette fare un’ammissione assurda: l’energia non era assimilabile ad un fluido continuo ma piuttosto ad una gragnuola di pacchetti di energia che chiamò quanti. L’energia era direttamente proporzionale alla frequenza della radiazione. Come diverse leggi scoperte all’epoca, i dati sperimentali arrivarono prima della teoria e i fisici teorici dovettero rincorrere gli sperimentali per fornire loro una spiegazione a ciò che misuravano.

In questi giorni mi è tornata la curiosità di riprendere il problema del corpo nero. È il problema da cui è nata la Meccanica Quatistica.

Ma ti assicuro che dopo averlo spiegato a Federica, averlo portato almeno a quattro esami, mi sfugge ancora qualcosa.

“Radiazione del corpo nero”: perché un corpo, come la pietra o il metallo, quando viene riscaldato diventa bianco?

E tu dici: “Ma è bianco o e nero?”

E io ti dico: “Brava: non l’ho ancora capito!”

Allora stanotte pensavo che una risposta potrebbe essere così.

Voglio studiare l’emissione di un corpo incandescente.

In un corpo incandescente ho tre radiazioni che concorrono:
1) la radiazione emessa cioè assieme la luce emessa e il calore, che non è altro la coda della luce a bassa frequenza nella figura, quella verso destra;

Poi c’è una parte di luce che dall’ESTERNO colpisce il corpo; di questa:
2) una parte viene assorbita
3) e una parte riflessa

Ecco: rispetto alla radiazione esterna noi supponiamo che il corpo la assorba tutta, che non rifletta nulla.

Vogliamo quindi studiare la radiazione emessa dal corpo e tutta e sola quella che emette lui, al netto della componente esterna riflessa che in questo caso consideriamo come un rumore.

Mi sa che è così.

Un corpo che non riflette luce come lo chiami?

G: Corpo nero?

Esatto. Lo vedi nero. Perché assorbe tutto, quindi per quello “nero”. Poi lui di suo emette radiazione, ma il “nero” è rispetto alla radiazione esterna che incide su di esso.

Ecco mi sa che è così

Aggiungo che Paolo Villoresi a lezione mi ha raccontato che il suo prof di Fisica II una volta gli disse: “Prendiamo un corpo nero, come ad esempio uno scarpone. O una damigiana”. 🙂

Scelta ritardata di Wheeler

Primo capitolo

Prendiamo un raggio laser.

Abbassiamolo di intensità fino a poter dire che esce un fotone al secondo.

È possibile farlo.

mettiamogli davanti un beam splitter, cioè un cristallo di calcite che, come dice il nome, separa il fascio laser in due, mettiamo un fascio destro e un fascio sinistro. No, non affetta il fotone a metà: più semplicemente manda alcuni fotoni in un fascio e alcuni in un altro; anzi i singoli fotoni decidono casualmente se andare di qua o di là. La statistica ci conforta dicendoci che metà fotoni vanno a destra e metà a sinistra. Ovvero l’intensità degli spot sullo schermo è uguale.

Strani esseri, sembrano dotati di volontà, decidono entrando nello splitter se andranno a destra o a sinistra.

Sullo schermo, in corrispondenza ai due spot, ho due rivelatori o detector. Ogni volta che un fotone colpisce un rivelatore questi manda un impulso di corrente ad un computer che conta: il conteggio conferma senza ombra di dubbio che i fotoni vanno a destra o a sinistra: 50% e 50%.

Quindi in questo esperimento i fotoni si comportano come corpuscoli, come se fossero delle palline. Decidono dentro al beam splitter da che parte vogliono andare. Lo decidono subito.

Secondo capitolo

Aggiungiamo un secondo beam splitter in uno dei due bracci. Ecco che spariscono i due spot e si crea invece una figura composta di tante righe parallele, alternando luce e buio. È il fenomeno dell’interferenza. E quindi questo apparato si chiama interferometro di Mach-Zender. La figura di interferenza si crea quando i fotoni si comportano come onde, ed infatti è la figura classica che si ha quando faccio passare un fascio laser per due fenditure parallele, un esperimento che si studia anche al liceo.

Quindi il fotone decide se andare a destra o a sinistra ma sullo schermo ho l’inteferenza data dalle due onde che viaggiano lungo i due bracci.

Un momento!

Non abbiamo detto che il fotone decide di andare a destra o a sinistra? ecco… supponiamo vada a sinistra, a destra essendoci il secondo BS: dopo il primo BS ho due onde, una a destra e una a sinistra? No, aspetta, a destra non ho niente perché il fotone è andato a sinistra. Ma la figura di interferenza parla chiaro. Quindi il fotone sa che ho messo il secondo BS anzi, se lo metto finché è in volo decide di trasformarsi da particella in onda… Non non funziona nemmeno così, avrei un’onda solo a sinistra.

Siamo portati a pensare, ed è l’unica supposizione che fa accadere tutti i fenomeni che osserviamo,  che il fotone sia in grado di cambiare anche il suo passato e se era particella riavvolge il tempo e diventa onda che, fin dall’inizio dell’entrata nel primo BS, si propaga in tutti e due i bracci dell’interferometro.

“Nessuno capisce la Meccanica Quantistica”

Lo ha detto Richard Feynman nel 1964 ad una conferenza all’Università di Cornell.

Nel 1964.

Nel 1964.

Sono passati ben 53 anni!

Un sacco di persone (tra cui anche alcuni miei cari amici) si riempiono la bocca di parole come Fisica Quantistica oppure (un concetto molto più classico) Energia senza sapere di cosa stanno parlando.
Fa molto new age citare Einstein e Schroedinger, ma lo trovo un fatto triste, perché è vergognoso parlare di cose che non si sanno, soprattutto con la pretesa di averle capite.
E il fatto (vero, almeno fino agli anni 60) che nessuno ha capito la MQ non è una scusa per dire “be’ se non l’ha capita nessuno posso dire quello che voglio”.
Anche perché, da Feynman in qua, si sono scoperte capite parecchie cose, il grado di comprensione della MQ non è certo fermo agli anni 60, è ora di finirla di dire che nessuno capisce la Meccanica Quantistica. Si è appurato che le leggi della fisica su quella scala vanno contro il nostro senso comune, ma si deve accettare la realtà per quella che è.

I Antichi

A Venezia c’è una istituzione che va sotto il nome di Compagnie de calza. Sono delle confraternite sorte attorno al Cinquecento che erano più o meno dei circoli culturali. Il nome deriva dal fatto che per distinguersi tra loro, gli adepti di queste confraternite vestivano delle calze di colore uniforme, diverso da una compagnia all’altra. Una di queste compagnie è giunta fino al XXI secolo e si chiama Compagnia de Calza I Antichi. Scritto proprio così. Tanto per giustificare il titolo.

Tutto questo preambolo per dire che parlerò degli Antichi. Intesi come gli uomini che ci hanno preceduto e che considererò tali a partire dalla morte di Alessandro Magno, nel 323 a.C. Perché questa data? Perché da questa si suole far decorrere il periodo ellenista, un periodo di fervore culturale senza molti paragoni nella storia.

Quanto scrivo è una riflessione scaturita dal contenuto del bellissimo saggio di Lucio Russo “La rivoluzione dimenticata” (Feltrinelli, 2013) ma anche a partire da considerazioni di carattere personale che si sono affacciate nella mia vita allorquando ho cominciato a fare la guida al Museo di Storia della Fisica dell’Università di Padova.

Durante la formazione ho appreso molte nozioni che ignoravo soprattutto sul lato storico e filosofico della faccenda. Però la versione ufficiale dei percorsi guidati ha preso una strada che non mi ha convinto. Recita più o meno così.

Gli antichi consideravano un universo geocentrico, in cui tutti i corpi celesti erano perfettamente lisci e si muovevano di moto circolare uniforme. Aristotele era di questo avviso e così Tolomeo nel I secolo d,C, fece sue queste nozioni compendiandole dell’opera l’Almagesto che fu il libro di scienza per eccellenza di tutto il Medioevo. Esisteva anche l’horror vacui dovuto ad Aristotele. Le scoperte di Galileo misero in discussione il sistema tolemaico perché egli era un sostenitore del modello copernicano; e il suo allievo Torricelli dimostrò che il vuoto esisteva anche se se fu più cauto del suo maestro nella divulgazione della notizia.

Ora la prima cosa che mi è venuta da pensare è “chi erano gli antichi?”. Infatti già ho vissuto una esperienza del genere quand’ero in terza superiore. Io ho frequentato l’ITIS Carlo Zuccante di Venezia-Mestre, quindi non so il latino, il greco, e non ho studiato la filosofia. Però ho la perfetta memoria di un giorno in cui una lezione saltò per malattia del docente, non ricordo quale lezione, ma ricordo benissimo il supplente. Un insegnante di religione che la sapeva molto lunga. Su quello che ci raccontò, per molti anni, io calai un velo di anticlericalismo (pur essendo io, all’epoca, cattolico fervente e praticante), come se egli avesse voluto inculcarci qualche teoria neo-tolemaica o creazionista.

Ma il tenore della lezione fu ben diverso. Eccolo per sommi capi (la ricordo ancora a distanza di trentaquattro anni):

Secondo voi, come veniva concepita la Terra nell’antichità? 

Tutti rispondemmo, senza alcuna esitazione: “Piatta!”.

Egli allora volle introdurci alla complessità della faccenda. Stabilire cosa pensassero gli antichi era alquanto arduo perché avevamo una visione approssimativa dell’antichità.

Innanzitutto, da dove nasceva questa nostra ferrea convinzione che la terra fosse considerata generalmente piatta da tutta l’antichità? In fondo, la sfericità della terra poteva essere dedotta per analogia con gli altri corpi celesti, o con il fatto che se si osservano le navi avanzare dall’orizzonte vediamo prima l’albero di prua e poi l’albero maestro. Mi ricordo che ad un certo punto ci parlò di Eratostene e io esclamai “Lo conosco, è quello che ha calcolato la circonferenza della Terra!” e lui disse: “Ecco vedete? lui – indicando me – pensava che la Terra fosse piatta e sapeva che Eratostene aveva calcolato la circonferenza della Terra e teneva queste due cose bellamente insieme dentro la sua testa”. Disse proprio così: bellamente. Questa distonia mi scosse parecchio e mi si è ripresentata prepotentemente davanti quando ho dovuto studiarmi la parte per fare la guida.

Quel professore poi ci fece una lezione sul sistema tolemaico di cui capii poco. Ci parlò della complicazione che si era dovuta aggiungere per rendere conto dei problemi della precessione degli equinozi e del moto retrogrado dei pianeti. Di come un altro astronomo, Apollonio di Perga, avesse cercato di risolvere a questione pensando agli epicicloidi, cioè come se i pianeti orbitassero su piccole sfere centrare sulla sfera principale del pianeta. Io già lì mi persi, però ho recuperato dopo tanti anni, e sono felice di questo, la sensazione della grandezza di quella lezione estemporanea.

Torniamo quindi ai giorni nostri, a quando ho cominciato a leggere e documentarmi in vista del lavoro di guida. Partendo dalle premesse citate sopra, leggo che Lucrezio sostiene che il vuoto esiste e anche che esiste il movimento. Forse, dico, Lucrezio non è abbastanza antico per aver sostenuto l’horror vacui. Forse occorre retrodatare l’antichità ai tempi di Parmenide e Zenone, due campani della Magna Grecia che sostenevano che il movimento non esiste, altrimenti l’essere potrebbe essere nonessere, ma anche tra i loro contemporanei alcuni non la pensavano così. Insomma questa antichità, oltre ad essere difficile da situare nel tempo, è anche maledettamente dialettica.

A complicare il tutto ci fu l’intervento di quel frate domenicano, Tommaso l’Aquinate, che riusci nell’impresa davvero eccezionale di sdoganare all’interno della dottrina della Chiesa le idee di un filosofo che più pagano non si può: Aristotele di Stagira.

In effetti per un teologo la concezione aristotelico-tolemaica dell’universo si adattava molto bene al racconto della Genesi e di altri libri come quello di Giosuè, nel quale si racconta che Dio fermò il Sole durante la battaglia contro gli Amorrei:

Giosuè disse al Signore sotto gli occhi di Israele:
Sole, fèrmati in Gàbaon

e tu, luna, sulla valle di Aialon
[Gs,10,12]

Poi approdo al saggio di Russo, nel quale si afferma che il metodo sperimentale, il calcolo infinitesimale, il sistema eliocentrico, la tecnica di dimostrazione per assurdo, perfino i distributori di bibite automatici, erano già conquiste dell’epoca ellenista.

Ora mi pongo una domanda. Nell’ottica di semplificare il quadro ai ragazzi, perché non si ha tanto tempo, per non fare loro troppa confusione: è lecito fare una mistificazione della realtà nella quale spacciamo per vero la grossolana approssimazione di antichi ignoranti e moderni sapienti?